foto tratta dalla pagina facebook “La storia di castel Bolognese”

Dopo il ritrovamento delle fondamenta della Torre Civica in Piazza Bernardi durante i lavori di rifacimenti, questa settimana sempre durante i lavori di scavo, sono tornati alla luce dopo secoli di sepoltura uno scheletro intero e sue teschi, anche se al momento gli archeologi stanno ancora lavorando per ripulire le ossa riemerse in piazza.

Per saperne di più, pubblichiamo il post che Andrea Soglia, curatore del sito castelbolognese.org e della pagina facebook La storia di Castel Bolognese, ha pubblicato oggi su facebook:

Al momento si intuisce che è presente uno scheletro intero e ci sono altri due teschi, uno dei quali pare senz’altro isolato.
Le ipotesi per chiarire il “mistero” possono essere molteplici, così come variabile può essere la datazione dei resti. Sicuramente non sono romani e nemmeno medievali. Per il resto tutto è possibile. Forse solo un antropologo può datarli con certezza assoluta, anche perchè nessun oggetto è stato trovato assieme alle ossa.

Un’ipotesi sul campo è che possano essere di inizio ‘700.

E questa possibile datazione, accompagnata dal fatto che sembra di trovarsi in presenza di una piccola fossa comune, fa tornare alla mente quanto scrisse lo storico Pietro Costa nel volume “Castelbolognese nel Settecento”. Potrebbe essere una spiegazione, ma anche solo una coincidenza. L’episodio in sè è fra il curioso e il noir e non è molto edificante per l’allora priore dei frati, ma merita di essere conosciuto:

“Prima di descrivere quanto di grave accadde nella chiesa di S. Francesco durante i lavori di costruzione del nuovo fabbricato, è bene rammentare che i rapporti fra la Comunità ed i frati erano alquanto tesi fino dal 1696 a causa delle eccessive pretese dei frati stessi nei confronti delle autorità in fatto di tasse.
Si arrivò al punto che, nel febbraio del 1701, il Consiglio comunale dispose non si svolgessero funzioni di sorta nella chiesa di S. Francesco “stante le male procedure de Padri Conventuali di S. Francesco (…) verso questa Comunità” e ordinando poi, nel marzo dello stesso anno, che la festa di S. Pudenziana fosse celebrata nella chiesa dei cappuccini e così pure le prediche; tutto questo, nonostante i reclami dei padri francescani. Successivamente, a proposito della festa per la decollazione di S. Giovanni Battista giunse un’altra disposizione con la quale si ordinava che detta festa avesse luogo in S. Petronio non tenendo conto, anche questa volta, delle solite proteste.
L’epilogo di questi contrasti si ebbe quando, sia la Comunità come il conte Ginnasi, si opposero alla richiesta del padre guardiano di costruire un arco in Via Calcavinazze, su terreno pubblico ed adiacente alla parte posteriore del palazzo Ginnasi.
Avvenne così che l’Assunteria alle liti si trovò di fronte ad un’azione di forza che l’impegnò seriamente, confermando la condotta tenuta spesso dagli amministratori nella difesa delle prerogative civiche davanti alle pretese di religiosi.
I fedeli che di buon mattino si recarono alla prima messa in S. Francesco, il primo ottobre del 1703, furono sorpresi nel trovare tutte le porte chiuse proprio quel giorno di domenica in cui si doveva celebrare la tradizionale festa del Santissimo Rosario. Ben presto la popolazione fu al corrente di ciò che era accaduto: la chiesa era in gran disordine per violenze che si erano verificate durante la notte, e se ne ebbe maggior conferma quando furono chiamati diversi lavoratori per rimettere a posto, in tutta fretta, quanto era stato salvato da una selvaggia distruzione. La chiesa venne riaperta al pubblico solo verso le ore 15 della stessa domenica e si possono immaginare i commenti e le supposizioni di tanti cittadini accorsi a rendersi conto degli avvenimenti.

Cos’era dunque accaduto durante la notte?
In quell’anno si era dato mano ai lavori di costruzione della nuova chiesa di S. Francesco e, forse, per fare opera di abbellimento anche all’esterno, il padre guardiano, Giacomo Filippo Ricci, pensò di innalzare un arco nell’attuale Via Rondanini, allora Via Calcavinazze. Egli aveva posto, però, le fondamenta su suolo pubblico e l’arco stesso, per giunta, risultava tanto basso da rendere quasi impossibile il passaggio delle carrozze o degli uomini a cavallo. La Magistratura intimò la demolizione dell’opera, iniziata di notte e senza alcun permesso, ma il padre guardiano non obbedì alle vane ingiunzioni che gli erano pervenute persino dal cardinale legato di Bologna. Avvenne perciò che l’arco fu abbattuto d’autorità. La cosa esacerbò talmente il frate che, senza alcun indugio, mobilitò muratori, frati e ragazzi impegnandoli a portare a compimento il suo piano. Chiusi dentro la chiesa, cominciarono a devastare gli altari, gettando ogni cosa qua e là, e a spezzare i banchi di proprietà della municipalità e del conte Ginnasi che era fra i responsabili dell’avvenuto rifiuto alla costruzione dell’arco e della sua demolizione. Perfino le ossa dei morti inumati, come d’uso, in chiesa furono rimosse dal loro posto: parte di esse sepolte nel cortile e parte trasportate in piazza assieme allo “sfacimento” e lasciate, poi, in pasto ai cani ed ai maiali che circolavano liberamente.
E’ facile immaginare lo scandalo e la desolazione di tutti i cittadini che biasimarono acerbamente il padre guardiano. L’Assunteria alle liti svolse un’indagine, interrogando testimoni di ogni condizione sociale che non mancarono di mettere in luce l’operato del frate, non solo in riferimento alle distruzioni compiute, ma anche per il contegno che lo stesso manteneva da tempo. Si seppe che egli aveva venduto arredi sacri d’ogni genere, suppellettili, ecc. a privati ed a parroci dei dintorni; che gozzovigliava, in paese ed in campagna, di frequente anche di notte, in compagnia di secolari e di donne. Il colmo fu raggiunto la famosa notte durante la quale non impedi a ragazzacci di scoperchiare alcune casse con cadaveri di religiosi e profanarle vergognosamente.
Intervenne, in seguito, il padre provinciale con un commissario per istruire un processo. Il risultato fu che diversi compratori di oggetti sacri li restituirono e il colpevole venne trasferito a Sant’Arcangelo”.

Per chi vuole approfondire la storia della chiesa di San Francesco puo visitare la pagina http://www.castelbolognese.org/edifici-e-monumenti/chiese/chiesa-di-san-francesco/chiesa-san-francesco-storia-edificio/ dove ci sono altri dettagli, sulla notte dell’1 ottobre 1703.

Per quanto riguarda le firme della petizione per chiedere al Comune di mantenere in modo permanente la vista delle fondamenta della torre civica e delle strutture annesse, giovedì scorso (22 settembre), sono state consegnate in comune le 461 firme raccolte.
Le firme, verranno inviate per conoscenza, in formato digitale, anche alla Regione e alla Soprintendenza competente, anche se da parte della Soprintendenza e stato dato parere negativo per rendere visibili le fondamenta.

Intanto è previsto per Lunedì prossimo (26 settembre) in comune il tavolo di confronto per discutere sui lavori e ritrovamenti in Piazza Bernardi.
All’incontro, saranno presenti i gruppi politici, i rappresentanti delle associazioni, tecnici e storici di riferimento.

Redazione CBnewsDALLA CITTA'piazzaDopo il ritrovamento delle fondamenta della Torre Civica in Piazza Bernardi durante i lavori di rifacimenti, questa settimana sempre durante i lavori di scavo, sono tornati alla luce dopo secoli di sepoltura uno scheletro intero e sue teschi, anche se al momento gli archeologi stanno ancora lavorando per ripulire...Notizie, informazioni, eventi, appuntamenti da Castel Bolognese (Ravenna)