Era il 28 giugno 1960 quando don Giancarlo Cenni (per tutti don Gianni) fu ordinato sacerdote dall’allora vescovo monsignor Benigno Carrara. A 50 anni da quel giorno don Gianni lo ricorderà con la celebrazione della santa Messa giubilare nella chiesa del Pio Suffragio (piazza Matteotti) martedì 29 giugno alle 18.30 a cui seguirà, alle 20, un buffet all’Istituto Santa Teresa (via Emilia 233). A don Gianni abbiamo chiesto di ripercorrere le tappe salienti del suo ministero.

Qual è l’importanza di un anniversario come questo?
Sicuramente è un invito alla riflessione. Cinquant’anni di sacerdozio sono un arco di tempo sufficientemente lungo per fare un bilancio di fronte al Signore e con i fratelli che ho incontrato lungo il mio cammino di sacerdote. I sentimenti che prevalgono sono la lode e il ringraziamento perché ho sempre toccato con mano la potenza e la Provvidenza di Dio che fa cose grandi servendosi di umili e inadeguati strumenti quali sono gli uomini che egli chiama a collaborare con lui.
In quale ambiente è maturata la sua vocazione?
La mia era una famiglia religiosa, ma soprattutto la mamma ha influito in modo determinante sulla mia educazione. Da lei, donna dai solidi principi cristiani, ho imparato più che dai testi di etica e di morale. L’ambiente nel quale sono cresciuto era quello semplice e rurale delle nostre colline, ma con punti di riferimento ben precisi: l’esempio dei genitori, la preghiera che ci univa quotidianamente, la solidarietà e l’aiuto reciproco.
Il suo ministero cominciò alla Collegiata di Lugo. Che ricordi ha della collaborazione con il parroco, monsignor Ennio Vaccari?
Monsignor Vaccari era un uomo attivo, di forte personalità, ma anche dotato di grande carica spirituale. Egli mi avviò al ministero con il suo amore di padre e di maestro.
A Lugo ricoprii numerosi incarichi, fra i quali assistente Scout. Dopo dieci anni di servizio il vescovo monsignor Aldo Gobbi mi propose la sede parrocchiale di Castel Bolognese. Il parroco, monsignor Giuseppe Sermasi, che da pastore illuminato tanto aveva dato modo a quella comunità, anziano e sofferente, si trovò coinvolto in una contestazione giovanile diffusa in Italia un po’ ovunque in quegli anni. In seguito alla sua rinuncia, il 19 dicembre 1971 vi fu l’insediamento ufficiale ed ebbe inizio il mio servizio pastorale.
Lei è rimasto molto legato a Castello, cosa vorrebbe dire a chi non l’ha conosciuta durante il servizio a San Petronio?
Nonostante le difficoltà iniziali le linee guida del mio ministero sono state la devozione alla Vergine Immacolata, l’amore al monastero centro di spiritualità e la stabilità della famiglia come Chiesa domestica. Nel campo caritativo e formativo incentrai i miei sforzi sul recupero dei tossicodipendenti e degli emarginati; mi adoperai per ridare vita all’Azione Cattolica e per favorire la nascita di vari movimenti ecclesiali. Il parziale restauro di due chiese, la ristrutturazione del Circolo e del cinema Moderno, la costruzione di un condominio per famiglie bisognose, diedero ulteriore impulso alle opere parrocchiali. Iniziative che ho portato avanti con entusiasmo e amore, pur con i miei difetti e limiti. Purtroppo, dopo 18 anni di servizio pastorale, a seguito del peggioramento delle condizioni di salute fui costretto a rinunciare alla parrocchia. Il vescovo monsignor Luigi Dardani mi offrì la rettoria della chiesa del Pio Suffragio, da poco vacante.
Così tornò nella chiesa dove aveva celebrato la sua prima Messa…
I disegni di Dio sono imperscrutabili. Da 23 anni sono rettore in questa chiesa situata nel cuore della città, che già aveva visto come rettore per 40 anni mio cugino, monsignor Mino Martelli, il cui ricordo a tutt’oggi è ancora vivo. Poiché con il passare del tempo la vista è andata sempre più deteriorandosi ed ora è ridotta al lumicino, il mio impegno sacerdotale è rivolto soprattutto ai tanti penitenti che mi trovano sempre presente e disponibile per il sacramento della Riconciliazione, compito che svolgo anche in cattedrale come canonico penitenziere.
Da oltre dieci anni è delegato diocesano per la Pastorale della salute, come vive questo incarico con l’esperienza di un grave limite fisico?
Nella lotta, o quanto meno nell’accettazione della malattia, quando è vissuta con fede, è fondamentale lasciarsi afferrare da Cristo morto e risorto: lui ci libera dalla paura e dall’angoscia. Dall’incontro con il Cristo pasquale, ogni infermità, ogni evento negativo, acquista un valore trascendente e ci viene trasmessa la forza e la serenità interiore per viverlo.
fonte: http://www.ilnuovodiario.com/

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