Nel cuore di Castel Bolognese si trova un complesso architettonico che racchiude, al suo interno, un’opera di notevole interesse storico e artistico: la chiesa di Santa Maria della Misericordia, che vide l’architetto imolese Cosimo Morelli autore, alla fine del XVIII secolo, di un pregevole intervento di ampliamento.
Ma la chiesa costituisce solo una parte di questo vasto complesso, composto dall’antico Ospedale della Confraternita di Santa Maria della Misericordia e dall’adiacente palazzo Zacchia-Rondinini.
Le condizioni di degrado in cui il complesso versa attualmente rendono necessario un progetto di riqualificazione architettonica che proponga, oltre al restauro della chiesa – più urgente, e mirato alla creazione dell’auditorium-sala polivalente di cui la città è attualmente priva – anche un intervento sui locali attigui dell’ex Ospedale e del Palazzo Zacchia-Rondinini.
Uno dei complessi architettonici più belli e ricchi di storia esistenti a Castel Bolognese potrebbe così tornare pienamente fruibile.
Ambienti da destinarsi a diverse funzioni, nel rispetto delle caratteristiche originarie e degli elementi architettonici più significativi, potrebbero essere restituiti alla città sotto forma di polo culturale dedicato all’arte, alla creatività, alla socialità.

La Chiesa di Santa Maria della Misericordia
L’antica chiesetta (1396-1751)
Il lavori di costruzione della antica chiesa hanno inizio nel 1396, contemporaneamente alla nascita dell’adiacente Ospedale di S. Maria “de Castro Bolognesio o de Misericordia”.
Frutto di questue e di donazioni, si trattava probabilmente solo di una piccola cappella per il conforto religioso dei pellegrini. La Confraternita di S. Maria della Misericordia ne è “patrona e reggitrice” già a partire dal 1422.
Già nel corso del XVI secolo, la generosità delle offerte è tale da permettere un ampliamento della chiesetta.
Dal 1559 al 1561 i lavori fervono e la chiesa risulta “notevolmente ampliata e abbellita”, con le tre statue in terracotta di Alfonso Lombardi – la Visitazione, San Girolamo e S.Lorenzo – poste in corrispondenza dell’altare centrale.
Risalgono invece al XVII secolo i due altari laterali, quello di sinistra ornato dalla tela raffigurante la Natività di Maria di Ferraù Fenzoni. Nel 1698 i cronisti descrivono una chiesa riccamente e pregevolmente ornata “in volta dipinta, con la gloria del Paradiso nella cupola”.
Ottavio Toselli e il primo nucleo della nuova chiesa (1751-1752)
Nel 1749 lo scultore-architetto bolognese Ottavio Toselli sottopone alla Confraternita un progetto per il rifacimento della parte absidale, composta da presbiterio e cappella maggiore. Il 30 luglio 1751 Toselli “disegna i fondamenti della fabbrica” dando così inizio ai lavori, ultimati nel 1752.
Su un vano rettangolare, con angoli smussati da doppie paraste ioniche, si impostano le ampie arcate modanate e la semplice volta a vela, il tutto ornato di stucchi con volute e fogliami, angeli e cherubini, ed arricchito da pitture con effetti marmorei. A ridosso dell’altare vengono posizionate le statue cinquecentesche di Lombardi, scenograficamente collocate sullo sfondo di un paesaggio preromantico.
Ne emerge l’inclinazione di Ottavio Toselli verso aspetti plastico-decorativi più che marcatamente architettonici, in linea con la sua prevalente attività di scultore.
L’ampliamento di Cosimo Morelli (1771-1773)
Nel 1771 la Confraternita dispone l’ampliamento della chiesa. A contendersi l’incarico sono in due: l’architetto faentino Giambattista Boschi e il ben più noto collega imolese Cosimo Morelli. Il progetto di Morelli è il preferito e l’anno seguente i lavori hanno inizio.
Innestandosi sulla zona absidale realizzata da Toselli vent’anni prima, Morelli realizza un avancorpo che si protende fino alla strada e compone una pianta a croce greca con finti bracci laterali, ponendo in corrispondenza dell’incrocio una cupola emisferica ornata da un elegante intaglio geometrico e da una lanterna. Distaccandosi dalla sensibilità tardo-barocca del suo predecessore, allo stesso tempo Morelli ne attinge gli spunti necessari all’armonico inserimento della nuova porzione – di impronta neoclassica – su quella preesistente.
La nuova facciata si imposta su tre archi a tutto sesto sorretti da colonne doriche lisce ed è ornata, nella parte centrale, dalla grande finestra a finta serliana tra due nicchie frontonate, culminando nel frontone con il monogramma della Vergine. La superficie esterna è trattata a “sagramatura”, un sottilissimo strato di intonachino composto da malta di calce e cocciopesto.
Nel 1773 i lavori sono ultimati. Il 6 maggio 1774 il vescovo imolese Giovanni Carlo Bandi impartisce la solenne benedizione, come riporta l’iscrizione ancora visibile sopra la porta d’ingresso.
Da Cosimo Morelli ai nostri giorni
Il 3 luglio 1798, in seguito all’arrivo delle truppe di Napoleone in Italia, la Confraternita della Misericordia viene soppressa mentre la chiesa resta – inspiegabilmente – aperta al culto. Ma lo sarà ancora per poco: nel 1865 la chiesa viene definitivamente chiusa.
Gli arredi e le numerose opere d’arte che essa custodiva sono per lo più messi all’asta. Fanno eccezione La Natività di Maria di Fenzoni e le tre statue di Lombardi – conservate nella chiesa di San Petronio – oltre al portale in marmo, collocato sotto il portico del nuovo Ospedale Civile.
Intorno al 1927 la chiesa è adibita a magazzino per granaglie, per diventare poi, negli anni Trenta, prima cinema poi “palestra fascista”.
Dopo i gravi danni causati dall’ultimo conflitto mondiale, la chiesa è stata solo parzialmente restaurata e attende ancora oggi di essere restituita a tutto il suo antico splendore.

L’Ospedale di S. Maria “de Castro Bolognesio o de Misericordia”
Le prime notizie dell’Ospedale risalgono al 1396: è datato 23 febbraio il decreto degli Anziani di Bologna che accorda a frate Pasio da Forlì, terziario francescano, il permesso di questuare in tutto il territorio bolognese al fine di raccogliere i fondi necessari per la costruzione. I lavori hanno inizio nello stesso anno e frate Pasio diviene primo rettore dell’Ospedale. Già nel 1422 la Confraternita di S. Maria della Misericordia ne è patrona e reggitrice.
Lo scopo è, in primis, fornire assistenza agli ammalati e dare ospitalità a poveri e pellegrini. L’Ospedale provvedeva inoltre a ricevere gli esposti, cioè i neonati abbandonati, e si occupava di tutto quanto poteva attenere al decoro del paese e dei suoi abitanti.
La gestione pratica dell’istituto, compresa la cura di malati – ricoverati in due ampi “cameroni” – era affidata ad uno “spedalingo”, che insieme alla moglie provvedeva alle numerose necessità quotidiane. I pellegrini erano accolti in un locale a parte ove potevano rinfrancarsi dalla fatiche del viaggio, rifocillarsi e disporre di un ricovero per la notte.
Degli ambienti originari dell’antico Ospedale – il primitivo nucleo del XIV secolo, a ponente della chiesa, e l’ampliamento seicentesco sul retro della chiesa stessa – resta oggi ben poco. I locali, ora adibiti in parte a Centro Culturale Polivalente, in parte a botteghe e rimesse, sono giunti a noi gravemente alterati, frutto per lo più della ricostruzione post-bellica.

Palazzo Zacchia-Rondinini
Circa le vicende che hanno portato alla costruzione della residenza castellana dei marchesi Zacchia-Rondinini ci è noto ben poco. Il palazzo non ha una datazione certa, essendo frutto – come attestano i vari elementi che lo compongono – di addizioni, sovrapposizioni e alterazioni susseguitesi nel corso dei secoli.
La porzione più antica – presumibilmente risalente al XV secolo – è costituita dalle cantine voltate a botte poste al piano interrato. Anche i locali al piano terra prospicienti la Via Emilia – l’antica Strada Reale – sembrano risalire allo stesso periodo, come attestano le volte a botte lunettate e le volte ad ombrello, scampate alle alterazioni settecentesche.
Originariamente, un androne passante collegava la Via Emilia alla Via Pallantieri, creando un percorso coperto per cavalli e carrozze, oggi solo parzialmente visibile. Lungo l’androne si apre ancora oggi un ampio cortile, con l’adiacente portico ove due massicci pilastri sorreggono volte a crociera in muratura.
Un imponente scalone si diparte dall’androne per condurre al piano primo – il cosiddetto piano nobile – ove erano posti gli ambienti più rappresentativi del palazzo. Coperti da solai in legno in parte controsoffittati con arelle e gesso, si presentano riccamente decorati: paesaggi, fiori e frutti, ma anche ritratti di personaggi e lo stemma di famiglia, pitture per lo più risalenti al XVIII secolo.
Al piano sottotetto, ambienti ampi ed ariosi, un tempo utilizzati come magazzini e deposito per granaglie versano oggi in stato di completo abbandono.
Nel prospetto principale sulla Via Emilia, quattro archi ribassati si impostano sui pilastri bassi e massicci che delimitano il portico. La semplice linearità della facciata – priva di decorazioni, se si eccettuano la lavorazione a conci dell’intonaco in corrispondenza delle arcate e la sottile cornice marcapiano soprastante – è caratterizzata dalla sequenza di quattro alte finestre architravate e dalle soprastanti finestrelle in corrispondenza del sottotetto.
Il più semplice prospetto posteriore si sviluppa lungo la Via Pallantieri, strada secondaria parallela alla Via Emilia. Su questa stretta strada si affacciavano un tempo i locali di servizio del piano terra, gli alloggi della servitù e, probabilmente, le stalle dei cavalli.

A CURA DI STUDIO MALUCELLI ARCHITETTI ASSOCIATI

    

Ringraziamenti
Si ringrazia il Dott.Paolo Grandi per la preziosa collaborazione e per la stesura dei testi relativi alle vicende storiche della famiglia Zacchia-Rondinini. Un ringraziamento anche al Dott. Domenico Sangiorgi-Cellini per l’indagine storico-genealogica sulla famiglia Zacchia-Rondinini, e ad Andrea Soglia.
Un particolare ringraziamento va alla Signora Silvana Zanelli per la sua gentilezza e per la sua disponibilità, che ha reso possibile la presentazione della mostra anche all’interno di alcuni locali di palazzo Zacchia-Rondinini.

Tratto dal sito dell’Associazione “Pietro Costa”: www.pietrocosta.org